Web Tax: come si evolve? Web Tax: come si evolve?

Web Tax: come si evolve?

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C’è un argomento che tiene banco nella blogosfera: la commissione Bilancio della Camera, giovedì 12 dicembre, ha approvato l’emendamento (proposto dal PD) sulla Web... Web Tax: come si evolve?

C’è un argomento che tiene banco nella blogosfera: la commissione Bilancio della Camera, giovedì 12 dicembre, ha approvato l’emendamento (proposto dal PD) sulla Web Tax. Un provvedimento che molte testate hanno già definito come norma Anti Google.

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In estrema sintesi: la Web Tax – che ha come primo firmatario Edoardo Fanucci del Pd – impone l’acquisto dei servizi online solo da operatori con partita IVA italiana. Di conseguenza, le vendite realizzate dai grandi nomi del web come Google, Amazon e Apple dovrebbero attraversare le maglie del fisco italiano.

Quali sono i beni che riguardano questa proposta? Tutti quelli che attraversano un normale e-commerce, ma anche la pubblicità. Anche gli annunci sponsorizzati di Google. L’obiettivo: evitare che questa compravendita rimanga sconosciuta al fisco, e quindi priva di tassazioni.

Non mancano le voci critiche. L’American Chamber of Commerce in Italy, rappresentanza della Confindustria americana, sottolinea il punto chiave: in questo modo si scoraggiano gli investitori che vogliono puntare sul mercato italiano.

È giusto regolamentare le aziende che operano sul nostro paese dal punto di vista fiscale, ma Giampaolo Galli e Marco Causi del Pd, ai quali si aggiunge anche la rivista americana Forbes, fanno notare che questa norma potrebbe andare in contrasto con quella che si sta discutendo a Bruxelles.

E quindi esporre il paese a una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea: la libertà di stabilimento e la libera prestazione dei servizi garantiscono la mobilità delle imprese e dei professionisti nell’UE (fonte).

Questo è uno degli aspetti chiave.

L’altro è sicuramente il contrasto con la necessità di richiamare investimenti stranieri. Il piano Destinazione Italia dovrebbe trasformare il paese in un luogo adatto alle grandi aziende, dovrebbe attirare investimenti: sarà forse questo il modo giusto?

Nel frattempo la discussione è andata avanti. Anche Matteo Renzi ha dato un contributo: si passa dalla nuvola digitale a quella di Fantozzi, suggerisce il nuovo segretario del PD, dato che la web tax non fa altro che rinchiudere l’Italia in un recinto.

Le evoluzioni non mancano, e stamane le agenzie battono la notizia: la web tax è stata modificata, e l’obbligo della partita Iva sarà prevista solo per la pubblicità online e per il diritto d’autore.

Certo, le regole devono valere per tutti. Ed è giusto tassare il dovuto. Ma in un momento storico in cui l’Italia ha bisogno di grandi investimenti, e soprattutto quando c’è già una discussione a livello europeo sul punto, è giusto bruciare le tappe e iniziare un percorso così delicato senza l’appoggio degli altri paesi?

Lascio a te la parola.

  • Salvatore

    18 dicembre 2013 #1 Author

    Il problema è che così facendo da un lato rischi di incentivare la non fatturazione di servizi (che resterebbero comunque sommersi e quindi saremmo daccapo), e dell’altro scoraggi gli investitori esteri, che in Italia fanno buoni affari grazie all’impegno di alcuni di noi… beati loro, in un certo senso, che pensano che una politica protezionista sia la soluzione.

    Del resto il controargomento è scontato: ho capito che tu, stato, vuoi fare cassa, ma se Google paga le tasse in Irlanda visto che risiede lì (piaccia o meno), perchè mai dovrebbe pagarle una seconda volta in un paese diverso dal suo? Se tutti i paesi ragionassero così…

  • Marco

    18 dicembre 2013 #2 Author

    Guardate che se Google prende ràpartita IVA in Italia qui pagherà solo l’IVA, non le imposte sul reddito. E l’IVA esce dalle tasche dei suoi clienti, non dalle sue. Se ora vende a 100, venderà a 122 e il gioco è fatto.

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