Sensazionale Alzheimer in laboratorio: create cellule malate in provetta Sensazionale Alzheimer in laboratorio: create cellule malate in provetta

Sensazionale Alzheimer in laboratorio: create cellule malate in provetta

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Sensazionale Alzheimer in laboratorio: create cellule malate in provetta L’ Alzheimer ricreato in laboratorio. Per la prima volta, i ricercatori hanno ricreato in laboratorio le... Sensazionale Alzheimer in laboratorio: create cellule malate in provetta

Sensazionale Alzheimer in laboratorio: create cellule malate in provetta

L’ Alzheimer ricreato in laboratorio.

Per la prima volta, i ricercatori hanno ricreato in laboratorio le cellule del cervello umano che sviluppano la malattia di Azheimer.

Una conquista eccezionale per la scienza, resa possibile grazie al lavoro degli scienziati del Massachusetts General Hospital di Boston che hanno pubblicato il loro studio sulla rivista Nature.

I ricercatori hanno usato una capsula di Petri con cellule del cervello umano, a cui sono riusciti a far “sviluppare” l’Alzheimer. Consentendo così un decisivo passo in avanti per studiare il morbo di Alzheimer e per la ricerca sui farmaci; finora, i ricercatori avevano dovuto usare dei topi come cavie, che contraevano solo una forma imperfetta della malattia. La chiave del loro successo sarebbe stata la decisione di far crescere le cellule in un gel, dove hanno potuto formare delle reti neuronali come in un cervello reale. Dopo aver “armato” i neuroni con i geni per l’Alzheimer, dopo poche settimane hanno notato l’insorgenza di placche a base di beta-amiloide e grovigli – sintomi caratteristici del morbo.

La notizia, riportata dal New York Times, è stata diffusa dal giornale scientifico Nature.

E’ un vero e proprio ‘Alzheimer in provetta’ quello creato dall’équipe di Rudolph Tanzi e del suo collega Doo Yeon Kim, ricercatori del Massachussets General Hospital di Boston. Le cellule cerebrali modificate, spiega Tanzi nel suo articolo su Nature, non solo hanno creato le connessioni tipiche del cervello umano, ma hanno sviluppato anche le placche e gli ‘ammassi’ di proteine tipici della malattia, un modello su cui si potranno studiare le possibili terapie.

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“È un passo gigantesco nel campo. Potrò accelerare decisamente i test dei nuovi farmaci –  ha commentato Murali Doraiswamy, ricercatore sull’Alzheimer della Duke university – . Prima di tutto, la svolta permetterà di sperimentare i farmaci in modo veloce, economico e semplice. Il passo cruciale sarà poi vedere se essi avranno lo stesso effetto sui malati”.

I ricercatori hanno fatto crescere delle cellule cerebrali con i geni per sviluppare l’Alzheimer in un gel all’interno di una piastra di Petri, e in poco tempo ha ottenuto un network neurale che ha sviluppato prima le placche amiloidi, causate dall’accumulo di proteine, e poi gli ‘ammassi neurofibrillari’ tipici della malattia che invece nei topi non si formano. Ma una capsula di Petri non è un cervello, e il sistema manca oggi di alcuni componenti essenziali, come le cellule del sistema immunitario, che sembrano contribuire alla devastazione che l’Alzheimer provoca nel cervello.

L’esperimento continuerà con il test di 1200 farmaci già sul mercato e 5mila sperimentali utilizzando le cellule ottenute in questo modo. “Questo non sarebbe possibile nei topi – afferma Tanzi – anche solo per il fatto che ogni molecola richiederebbe un anno per essere testata”. La speranza è di trovare qualche farmaco di cui sia già stata provata la non tossicità per l’uomo, in modo da accelerare la sperimentazione. Oltre ad allungare i tempi il modello di topo usato finora ha delle gravi controindicazioni.

“L’Alzheimer si manifesta secondo tre tratti biologici, la deposizione di proteine amiloidi, la neurodegenerazione associata alla proteina tau e poi i sintomi clinici che conosciamo – spiega Giovanni Frisoni, direttore del Centro Nazionale Alzheimer di Brescia e uno dei partecipanti italiani allo Human Brain Project europeo – i modelli di topo che abbiamo hanno solo la prima, o ne hanno due ma che si manifestano in modo diverso rispetto all’uomo. In particolare la neurodegenerazione, che è il fenomeno che ci interessa di più, non viene riprodotta nei topi. Questo è esattamente il modello necessario per testare i farmaci antiamiloide che speriamo rallentino la neurodegenerazione e ritardino o impediscano la comparsa dei sintomi”.

Lo studio, sottolinea Antonella Prisco del Cnr di Napoli, che sta lavorando a un vaccino contro la malattia, è importante anche per un altro motivo. “L’esperimento ha confermato il ruolo dell’accumulo di proteine amiloidi, che ancora è oggetto di studio, riuscendo a ‘vedere’ il processo nelle cellule. Un modello come questo non riproduce la complessità di un organismo vivente, ma è importantissimo per accelerare sia la ricerca di base che i test sui farmaci”.

La ricerca non si ferma mai!

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