I Social Network ed il mondo del lavoro, quando il limite tra lavoro e vita privata diventa sottile I Social Network ed il mondo del lavoro, quando il limite tra lavoro e vita privata diventa sottile

I Social Network ed il mondo del lavoro, quando il limite tra lavoro e vita privata diventa sottile

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Nell’era dei Social Network, le aziende possono monitorare i propri dipendenti sui social per scoprire eventuali comportamenti illegittimi. Quando però questa condotta è lecita... I Social Network ed il mondo del lavoro, quando il limite tra lavoro e vita privata diventa sottile

Nell’era dei Social Network, le aziende possono monitorare i propri dipendenti sui social per scoprire eventuali comportamenti illegittimi. Quando però questa condotta è lecita e quando invece lede la privacy del lavoratore?
Ad accendere la polemica è quanto accaduto pochi giorni fa nel Comune di Nichelino, dove un’ex addetta alla mensa scolastica per la ditta Euroristorazione è stata licenziata a causa di un post pubblicato su Facebook. A far scattare il provvedimento disciplinare è stato un commento in cui la donna condivideva le critiche di alcuni genitori per degli insetti trovati nel cibo.Assistita da un legale, la donna ha replicato di aver commentato non come dipendente ma in quanto madre, ma nonostante la contro-deduzione, l’iniziale sospensione di cinque giorni si è tramutata nel licenziamento della trentottenne.
Già a maggio aveva fatto discutere la sentenza della Cassazione secondo cui controllare i propri dipendenti su Facebook mediante falso profilo fosse lecito.Il licenziamento in quel caso riguardava un operaio abruzzese, addetto alle presse di una stamperia, colpevole di essersi allontanato più volte dalla sua postazione per chattare su fb e la cui negligenza aveva provocato un incidente. Per inchiodare il dipendente, il principale si era visto costretto a creare un account fasullo di donna sul social network.Con tale sentenza i giudici della Cassazione hanno voluto legittimare questo genere di controlli in quanto volti ad accertare e sanzionare comportamenti ritenuti illeciti e lesivi nei confronti del patrimonio aziendale.
La prassi di controllare i lavoratori sulle reti sociali comincia spesso già nelle fasi di colloquio e si protrae durante il rapporto di lavoro. Tale comportamento è considerato lecito dal Garante della Privacy, anche qualora venga posto in essere senza preavviso e in maniera occulta.È ammesso sanzionare i dipendenti che utilizzano i social network durante l’orario di lavoro e che postino commenti razzisti, offensivi nei confronti dell’azienda o, in generale, incompatibili con la filosofia aziendale. Non è invece ammissibile il licenziamento per motivi discriminatori riguardanti, ad esempio, l’orientamento sessuale del lavoratore, appresi o meno sul web.
Non solo le recenti sentenze, ma anche alcuni decreti attuativi del Jobs Act hanno lasciato delle zone d’ombra circa la vigilanza sui social, mettendo in discussione i vincoli della privacy.Anche se per certi aspetti spiare i dipendenti su Facebook può sembrare un arretramento dei diritti dei lavoratori, può costituire un mezzo per imparare a distinguere la sfera privata da quella pubblica. Quando si è presenti sui social network, seppur con le dovute restrizioni per la privacy, si deve tenere a mente che si tratta di piazze virtuali caratterizzate da una marcata viralità, dove un innocente sfogo può diventare una prova di slealtà nei confronti della propria azienda.

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