Foodora, i suoi lavoratori non “meritano” diritti Foodora, i suoi lavoratori non “meritano” diritti

Foodora, i suoi lavoratori non “meritano” diritti

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Per chi non lo conoscesse Foodora è un noto marchio tedesco che si occupa di consegnare pasti a domicilio. La startup è nata nel 2014 e nel 2015 è arrivata... Foodora, i suoi lavoratori non “meritano” diritti

Per chi non lo conoscesse Foodora è un noto marchio tedesco che si occupa di consegnare pasti a domicilio. La startup è nata nel 2014 e nel 2015 è arrivata anche in Italia, a Milano e Torino.

Accedendo al sito o scaricando l’app di Foodora, gli utenti cercano i loro ristoranti preferiti, vicini alla propria casa o al posto di lavoro. Una volta inviato l’ordine della pietanza desiderata, un fattorino lo consegnerà al cliente in 30 minuti. L’utente potrà verificare la posizione del ‘rider’ attraverso il servizio di geolocalizzazione.

A oggi la società tedesca è presente online in dieci Stati: Austria, Canada, Australia, Germania, Finlandia, Francia, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia.

Ci troviamo a parlarne perché proprio questa azienda è protagonista in questi giorni di una sentenza del Tribunale del Lavoro di Torino che, lo scorso 11 aprile, ha respinto il ricorso di sei fattorini che avevano iniziato una causa contro l’azienda per l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro.

Il problema principale è che se fino a qualche tempo fa i fattorini impiegati da Foodora venivano già pagati poco, ora vengono pagati ancora meno o a cottimo e hanno fatto scioperi per lamentarsi di quanto stanno avvenendo e per ribadire i propri diritti.

Tutto ha inizio nel settembre di due anni fa, quando i rider protestano per paga oraria e condizioni di lavoro. Pochi mesi dopo a 6 di loro non viene rinnovato il contratto di collaborazione: a scatenare la protesta, la scoperta da un’app sui loro smartphone che la paga era passata dai 5 euro l’ora al vecchio cottimo: 2,70 a consegna, poi diventati 3,60. Una forma di pagamento che secondo molti genererebbe una competizione tra i fattorini, spinti a sfrecciare per le vie della città per una manciata di euro in più. Una pratica ritenuta anche insicura, considerando le basse coperture assicurative offerte.

Diritti che non sono stati accolti dal tribunale di Torino che ha spiegato che i lavoratori allontanati dopo gli scioperi non devono essere reintegrati perchè collaboratori né tantomeno gli deve essere dato tutto quello che gli spetterebbe da dipendente.

Si tratta di una sentenza considerata choc, ingiusta ma che soprattutto crea un importante precedente, favorendo il lavoro senza tutele e facendo sognare anche un ‘semplice’ contratto di collaborazione, potendo, dunque, avere un forte impatto sul mercato del lavoro e aprendo sempre più la strada alla cosiddetta gig economy, termine che indica un modello organizzativo del lavoro in cui le prestazioni non sono continuative ma on demand, cioè a chiamata (seguendo la filosofia del si lavora quando serve), senza alcuna garanzia o tutela.

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