Tecnologia indossabile, ora anche le mutande diventano hi-tech Tecnologia indossabile, ora anche le mutande diventano hi-tech

Tecnologia indossabile, ora anche le mutande diventano hi-tech

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Anche se il termine non è ancora inserito nei comuni vocabolari, comunemente con tecnologie indossabili si identificano i dispositivi tecnologici ed elettronici ricchi di innovazione... Tecnologia indossabile, ora anche le mutande diventano hi-tech

Anche se il termine non è ancora inserito nei comuni vocabolari, comunemente con tecnologie indossabili si identificano i dispositivi tecnologici ed elettronici ricchi di innovazione e di energia, dispositivi sempre più piccoli e discreti, più intelligenti e consapevoli del contesto in cui sono usati, più leggeri e senza fili, trasportabili, utili e specializzabili per compiti determinati, dotati di interfacce amichevoli e soprattutto indossabili.

Si fa quindi riferimento a ciò che, nella lingua inglese, è chiamato Wearable o Wearable Technology, una categoria di dispositivi elettronici, dotati di uno o più sensori e provvisti di qualche capacità di elaborazione. Sono dispositivi tecnologici indossabili, orologi e occhiali intelligenti, caschi elettronici e HMD (Head Mounted Display), cinture e braccialetti elettronici, eso-scheletri tecnologici, ma anche mutande.

Sì, avete capito bene: arriva dalla Danimarca l’intimo che può essere usato per giorni e giorni, persino per settimane, senza bisogno di essere lavate.

Il brand della Danimarca si chiama Organic Basics, e sta per realizzare Silvertech 2.0, una linea di mutande, calzini e magliette confezionate tramite uno speciale trattamento: biancheria hi-tech insomma.

La campagna è stata lanciata su Kickstarter, un popolare portale per il crowdfunding, e Alexander Christiansen, co-fondatore, ne parla così: “Gli standard bassissimi dell’industria rendono quello della moda il secondo settore più inquinante al mondo. Ma il fatto è che i due terzi dell’impatto ambientale dei vestiti sono generati dal consumatore”.

Nello specifico il prodotto viene trattato con ‘Polygiene’, un procedimento basato sull’azione antibatterica del cloruro d’argento, un particolare sale usato dalla Nasa per purificare l’acqua sulla Stazione Spaziale Internazionale.

La tecnologia è applicata nelle fasi finali della produzione del tessuto e uccide (come nelle pubblicità) il 99,9% dei batteri e dei funghi che possono nascere e crescere a causa del sudore.

Questi batteri, per altro, sono gli stessi che causano il cattivo odore dei tessuti. Si tratta in sostanza di un’opera di sterilizzazione continua che permette un notevole risparmio anche nell’uso della lavatrice.

Un’attenzione all’ambiente che si dimostra anche attraverso il nylon di cui sono fatti gli indumenti, prodotto in Italia utilizzando il 100% di materie prime riciclate provenienti da fibre di scarto postindustriali e scarti di tessitura. Si tratta di un tessuto leggero, morbido, estremamente traspirante e del tutto privo di processi chimici, la cui produzione permette un risparmio di emissioni di CO2 e consumo d’acqua fino al 90%.

Una proposta che punta quindi a scardinare il ciclo “compra, indossa, lava, getta, ripeti” dell’industria della moda.

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