Expedia vuole licenziare oltre tremila lavoratori Expedia vuole licenziare oltre tremila lavoratori

Expedia vuole licenziare oltre tremila lavoratori

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Il turismo, al momento, è fermo al palo: per colpa delle ripercussioni del coronavirus, alberghi, ristoranti, strutture ricettive in generale sono letteralmente vuoti. Le... Expedia vuole licenziare oltre tremila lavoratori

Il turismo, al momento, è fermo al palo: per colpa delle ripercussioni del coronavirus, alberghi, ristoranti, strutture ricettive in generale sono letteralmente vuoti.

Le conseguenze le vedremo nei prossimi mesi, ma già ora un colosso del settore ha dovuto fare i conti con una persistente crisi, che lo ha spinto ad una drastica decisione.

La compagnia del turismo online, Expedia, ha annunciato che taglierà circa 3 mila posti di lavoro, il 12 per cento della sua forza lavoro globale, in un tentativo di rimettere in carreggiata i suoi affari. Al 31 di dicembre scorso, la compagnia aveva 25.400 impiegati.

Nel 2019 i ricavi si sono stabilizzati a 12 miliardi di dollari (+8%) e l’utile netto a 565 milioni (+39%). Ma quasi tutto il fatturato è legato alla piattaforma Expedia.com (11,45 miliardi); le altre piattaforme del gruppo, tra cui HomeAway, Hotels.com, Orbitz, Travelocity e Vrbo, rappresentano entrate minoritarie. Le spese e i costi totali ammontano a 9,9 miliardi di dollari (+7% rispetto al 2018).

In un estremo tentativo di ristrutturazione, la leadership ha quindi inviato un’email ai dipendenti di tutto il mondo affermando che intende “ridurre ed eliminare determinati progetti, attività, team e ruoli per semplificare e focalizzare la nostra organizzazione” a causa dell’aver “ricercato la crescita in modo malsano e indisciplinato”.

Nonostante l’e-mail ai dipendenti, lo Stato di Washington, dove Expedia ha sede, non ha ancora pubblicato alcuna notifica Worker Adjustment and Retraining Notification, nota come Warn, una sorta di avviso di ricollocamento per i lavoratori.

Ricordiamo infine che solo a inizio mese, Expedia aveva annunciato di non voler rilasciare previsioni per l’intero esercizio in attesa di poter calcolare l’impatto del coronavirus sulle sue attività.

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